Leanne...Vivo in equilibrio instabile

giovedì, 09 luglio 2009

QUELLO CHE RIMANE...SE RIMANE QUALCOSA

Mi sono chiesta spesso, quando passavo davanti alla casa di qualcuno che era morto da poco, che clima regnasse in quella casa. Magari sapevo che quel giorno c'era stato il funerale e pensavo che tutto si muovesse lento, al buio, in silenzio in quella casa. Che le perisane sarebbero state chiuse per un po' di tempo, che chi era rimasto non si sarebbe alzato dal letto, per un po' di tempo. Mi sono chiesta spesso "e adesso? come vivono adesso che quella persona non c'è più? Non mangeranno, non dormiranno, piangeranno soltanto. così, per giorni e giorni". Cosa rimane quando qualcuno se ne va? Me lo sono chiesto spesso, e me lo chiedo anche adesso. Adesso che sono qui, dopo aver visto mio nonno sedersi sulla sedia accanto alla bara di mia nonna, ancora aperta. Lei, il vestito buono, un foluard rosa al collo, tra le mani un rosario rosso che profumava di rosa, che le avevo regalato io quando sono andata a Roma. Lei, un accenno di rossetto sulle labbra, le unghie viola, la carne fredda. Lui, accovacciato accanto, che le accarezza la fronte. Ricurvo, piegato dal doloro e col viso rigato di lacrime. E in quel momento mi sono sentita morire. Ho pensato che dopo 60 anni che ti alzi con una persona, che vivi la tua giornata al fianco di quella persona, ogni giorno, che vai a dormire quando va a dormire lei, che fai colazione con lei, che pranzi e ceni con lei, ogni giorno, per 60 anni, deve per forza venirti a mancare un pezzo di cuore. Se penso a quante volte li ho sentiti discutere, se penso a tutto quello che diceva mia nonna a  mio nonno...non gliene faceva passare una liscia, mai!...se penso a quanti rospi ha ingoiato lui...mi viene da sorridere. Sorrido mentre piango perchè credo di non aver mai visto una scena tenera come quella che mi si è presentata davanti oggi. Lui...lei...insieme per l'ultima volta. L'ultimo giorno di quei tanti giorni passati insieme, l'ultimo giorno di quei 60 anni vissuti insieme. Quando lei è morta, c'era proprio lui accanto a lei. Non erano mai rimasti soli da quando la malattia l'aveva peggiorata e lei non riusciva più a parlare. E' bastato che mia mamma se ne fosse andata via per mezzora lasciando solo mio nonno con lei, e in quella mezzora lei ha deciso che era ora di morire. Ha spalancato gli occhi, lo ha guardato, e poi li ha richiusi. E poi ha smesso di respirare. Mi piace pensare che abbia deciso di morire accanto alla persona che le è stata vicino per 60 anni. 60 anni. sono tanti 60 anni. Chi ti conosce meglio di quella persona li? E forse si è sentita sicura, e forse sapeva che lui l'amava ancora e forse anche lei lo amava ancora. Dopo 60 anni forse ci si ama ancora o forse ci si vuole solo bene. Forse ci si stima. Ma che importa? ogni giorno, per 60 anni, si sono svegliati e si sono parlati. Non avevano segreti, non potevano averne...dopo così tanto tempo forse si diventa davvero una persona sola. Così, oggi, con mia nonna se n'è andato anche un pezzo di  mio nonno. Ma cosa rimane di quel pezzo che è rimasto di lui? Temevo disperazione, temevo sconforto. E invece, la sua casa non era una casa con le persiane chiuse e le luci spente. Ci siamo radunati da lui, abbiamo mangiato la pizza, abbiamo mangiato a quel tavolo dove adesso c'è una sedia in meno da aggiungere. Eppure lei era li. Ci guardava sorridendo dalla foto con lo sfondo azzurro. Ma quando ho abbandonato la scena per andare in terrazzo e tra le voci non ho trovato la sua voce, ho sentito un vuoto rimbalzarmi dentro. "dov'è?" mi chiedevo "dov'è? che la sua voce non la sento"...non c'è. Non c'è la sua voce. Non c'è lei. non è lì con le sue battute, le sue smorfie, le sue frecciatine su di me. Non c'è. Lei è rimasta là, in una bara dentro a ad un loculo, in mezzo a tante altre bare dentro ad altrettanti loculi. Mentre noi siamo tutti insieme, seduti a tavola, che parliamo di quando mio nonno l'ha conosciuta e della prima cucina che hanno comprato, lei è rimasta da sola. In un cimitero buio. E per quanto il corpo sia morto, io ho come la sensazione che lei senta la mancanza della nostra presenza. Forse si risentirebbe anche se sapesse che ci siamo riuniti tutti insieme a quel tavolo senza di lei, mentre lei è sola. cosa rimane? se qualcosa rimane? Rimangono le lacrime di mia madre, il fiore che le ha tirato nel loculo prima che cominciassero a chiudere. Rimangono le nuvole che avevano coperto il cielo e l'aria fresca che io avevo implorato tanto già dal mattino per avere il cielo coperto e l'aria fresca perchè temevo troppo il caldo in un giorno già duro di per sè. Rimane l'odore acre dell'incenso, le gocce di acqua benedetta sulla bara, rimangono mazzi di fiori appoggiati a terra "Ciao nonna", c'era scritto nel nostro. Rimane un biglietto dentro a quella bara, un biglietto che ho scritto piangendo, un biglietto per dirle che già mi manca...e la frase finale "Fà la bravina, nonna". Fà la bravina nonna, davvero. Non fare dannare nessuno, in qualunque posto tu sia finita adesso. Ti immagino già che ti lamenti della stanza, del cibo, che come minimo hai già preso di mira qualcuno per le tue battute e per le tue linguacce. Fà la bravina, nonna. Comportati bene, non farti riconoscere come tuo solito. Fà la bravina, e ogni tanto vienimi a trovare.


scritto da: Leanne alle ore 09/07/2009 23:01 | link | commenti
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martedì, 07 luglio 2009

IO DICO ADDIO

 

Non molto tempo fa, quando pensavo a questo momento, credevo che avrei avuto tantissime cose da scrivere. Dicevo che mi sarei abituata all'idea di non sentirla più per telefono, di andare a casa sua e non trovarla seduta sulla sedia della cucina a guardare la tv, e che col passare dei mesi mi sarei abituata a non sentirla più dire “ti taglio anche del salame se vuoi” “no, nonna, sono a posto” “ah, fa te, fa te”. Solo che oggi, a queste cose di lei che non ci sono più io mi sono già abituata. Perchè non me la ricordo neanche più l'ultima volta che l'ho vista seduta in cucina, l'ultima volta che mi ha telefonato o l'ultima volta che mi ha offerto qualcosa da mangiare... perchè i nipoti che mangiano poco sono sempre deperiti. Non molto tempo fa, quando pensavo a questo momento, credevo che avrei scritto di tutti ricordi belli che avevo con lei, delle cose fatte insieme, di quando mi chiamava “ragazza antica” o di quando mi faceva i codini tirandomi i capelli con gli elastici. Del bombolone che mi comprava la mattina in estate, di quando andavo a fare la spesa con lei...insomma, di tutto quello che mi ricordavo e me la faceva venire in mente. Adesso, invece, ho un vuoto. Un vuoto enorme. Come se l'avessi conosciuta da poco, da qualche mese. E ho solo il ricordo della sua malattia, dell'aspetto pelle e ossa, di quelle dita così secche da fare impressione, della sua voce che non mi sembrava neanche più la sua, della sedia a rotelle, del suo piatto mezzo vuoto, di quando contava i maccheroni che riusciva a mangiare. Di un paio di calzini arancioni che aveva ai piedi qualche giorno fa e io le ho detto che mi ricordava paperino. Di “nonna, fai la bravina” che le dicevo sempre prima di andare via e lei si metteva a ridere. E un vuoto ancora più grosso, la sensazione di non averla salutata per l'ultima come si deve, di averle solo toccato le mani gonfie ieri sera e di averla sentita col respiro affannato e di averla vista con gli occhi chiusi. Pensavo che avrei avuto ancora tempo...tanto tempo ancora c'era. E invece adesso sono qui che scrivo e mi rendo conto che il tempo non c'è sempre. Che non è sempre come vorremmo fosse. Che una sera stai mangiando, e suona il cellulare di tua mamma, e senti tuo nonno al telefono e capisci che il tempo non conta un cazzo. Che questa vita non conta un cazzo. Senti quella voce che ti rimbomberà nella testa per una vita, te lo ricorderai per sempre come lo ha detto “Vally, è morta la nonna.”. E vedi tua madre che inizia ad urlare, che piange, che non vuole farsi abbracciare. Si cambia in fretta la maglia, sale in macchina e singhiozza. E tu non riesci a piangere. Ti si è bloccato tutto sullo stomaco. Il cibo, le lacrime. Non sai se riesci a parlare, non sai se riesci a muovere un passo verso l'ospedale. Ci vai in ospedale. Ma prima di salire in camera sua rimani fuori, vicino all'uscita, cammini avanti e indietro e ogni tanto senti il nodo alla gola ma non ce la fai ancora a piangere. Poi basta l'abbraccio di un tuo cugino e cominci a sfogarti. Cammini sempre avanti e indietro e alla fine ti decidi. Sali e la vedi. Dorme. Semplicemente è come se dormisse. Però io lo so che non dorme. E' morta. E lei non era tipo da morire in un letto di ospedale. Lei era una donna forte, con la lingua tagliente, attiva. Lei era una persona a cui volevo bene. Come si fa a dire addio ad una persona a cui si vuole bene? Come si fa a mettersi in testa che da domani la terra continuerà a girare anche senza di lei? Odio gli addii. Odio sapere che il suo corpo sarà chiuso in una bara. Odio pensare che non si ricorderà di me, odio pensare che possa avere avuto paura nell'andarsene. E in questo momento, odio pensare che credo nella reincarnazione e che nelle nostre prossime vite ci ritroveremo. Odio pensarlo perchè non sono le prossime vite che mi preoccupano...ma questa. In questa mia vita, in quello che rimane, lei non c'è più. E io non so come fare.


scritto da: Leanne alle ore 07/07/2009 23:23 | link | commenti (5)
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domenica, 05 luglio 2009

Che vengano resi

i giorni estivi

il sole delle otto del mattino

che invadeva la sua cucina

Il caffè e latte

che mi preparava

e il maglioncino di cotone

che mi metteva sulle spalle

la sera.

Che vengan resi

l'odore dello stick antizanzare

che teneva nell'armadietto di legno

che odorava di medicine,

il tè al limone nel brick giallo

il panino al prosciutto nella stagnola

che infilava nel mio zaino.

Che vengan resi

l'odore di naftalina nei suoi armadi

l'aria fresca che entrava dalla sua finestra

l'abat-jour coperta da un fazzoletto

per non farmi avere paura.

Che vengan resi

il latte coi boscotti

prima di andare a dormire

i suoi passi nel corridoio

per vedere se ero sveglia,

la coperta che pizzicava

il ticchettio del suo orologio

le parole che mi diceva

le lasagne che cucinava.

Li voglio ancora

li voglio adesso.

Che vengan resi

fosse anche per un  secondo

 


scritto da: Leanne alle ore 05/07/2009 21:30 | link | commenti (7)
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QUESTO E' UN POST DI RINGRAZIAMENTO

Ci sono dei momenti nella vita in cui scopri tantissime cose. Un giorno ti svegli e ti rendi conto che devi guardare in faccia alla realtà, che devi capire che le cose finiscono, che la vita finisce, che le persone soffrono, che la gente muore. Perchè che si muore tu lo sai. Lo sai già da un po'. Ma quando vedi andarsene  una persona a cui vuoi un bene immenso, quando vedi che ogni giorno che passa è un giorno in più che ti separa da lei, ecco, di quello che sapevi sulla vita e sulla morte te ne fai ben poco. E allora arrivano le persone speciali a farti forza. Ci sono le persone speciali che ti sono fisicamente vicine, quelle che ti tengono la testa sul loro petto e che ti accompagnano in ospedale benchè l'ospedale a loro faccia molta più impressione che a te. Ci sono quelle che ti dicono "mi dispiace. quando hai voglia di parlarne sono qui. ci vediamo quando vuoi", E tu a quelle persone rispondi che le ringrazi tanto, che non c'è molto da dire in realtà e che ti basta sapere che ti sono vicine e di poter contare su di loro nel momento in cui ce ne sarà bisogno. Ci sono quelle che col cazzo che si ricordano che patisci...e non si fanno neanche vive. Quelle che di solito ti scrivono per dire che sono loro che stanno male. Però ringrazi anche loro, perchè almeno hanno smesso di stressarti coi loro problemi. E poi ci sono persone che tu non hai mai visto da vicino, solo in foto, persone speciali per davvero. Sono quelle persone che tu conosci appena, gli amici della rete, che ti raccontano le loro esperienze e che ti dicono di farti forza. Ti ricordano le cose belle della vita, le piccole cose. Ti sono vicine anche loro. C'è quella che ti dice che vorrebbe essere li per accompagnarti lei all'ospedale, c'è quella che cambia discorso parlando di serie televisive e per un po' smetti di pensare...ci sono queste persone che mi fanno credere ogni giorno di più che questo mondo non fa così schiifo, che c'è del buono in tantissima gente ancora. Perchè, se ci pensate, chi si prenderebbe la briga di stare dietro alle depressioni e al dolore di una persona che si conosce appena?!...questo è bello, molto bello. Ed è per questo che ringrazio tutti. Tutti quelli che anche solo con un cenno o una frase buttata lì mi hanno fatto capire che non sono sola. Grazie


scritto da: Leanne alle ore 05/07/2009 11:01 | link | commenti (3)
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sabato, 27 giugno 2009

Nascono,

dal nulla,

dalla punta dei tetti,

dal fumo dei camini accesi.

Nascono

e rimangono sospese

per giorni e giorni.

Vagano incessanti,

tormentando i sonni

vibrando nell'aria.

Nascono,

da un soffio,

dalla brezza di maggio,

da un temporale d'estate.

Nascono e non escono.

Restano in bilico

tra la culla della mente,

la carta e l'inchiostro.

Passeggiano avanti e indietro

per le strade dell'anima.

Parole che si mischiano,

si intrecciano,

cambiano di posto,

si eclissano

nei meandri reconditi,

nel profondo.

Giocano, si nascondono,

lanciano sassi

infrangono vetri.

E poi,

un giorno,

all'improvviso,

fiumi in piena,

fluiscono leggere,

facili, potenti.

Scorrono

nitide e marcate,

alcune gaie

altre imbronciate,

portando con loro

dolore noia inquietudine

in grumi di sangue denso.

Nascono, escono, giocano

e su un foglio muoiono

le poesie

Foto dal web


scritto da: Leanne alle ore 27/06/2009 12:15 | link | commenti (2)
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domenica, 21 giugno 2009

LA PSICO DICE "COMPITO A CASA: SCRIVI UNA LETTERA ALLA VALENTINA DI 5 ANNI"...E IO SCRIVO UNA LETTERA ALLA VALENTINA DI 5 ANNI

"Cara Valentina, il tempo non fa il suo dovere e a volte peggiora le cose". Io non lo so se questa la conosci. E' una canzone di Max Gazzè. E no, non la conosci, perchè da dove sei tu, Max Gazzè ancora questa canzone non l'ha scritta. Da dove sono io, invece, in un futuro di 22 anni distante da te, Max Gazzè ha scritto questo pezzo. E dice proprio così "Il tempo non fa il suo dovere e a volte peggiora le cose". Ironico, non trovi? Soprattutto perchè ci sono proverbi che del tempo, al contrario, parlano molto bene. Tipo che si dice che sia un gran dottore o che sistemi tutto. Vorrei poterti dire che è così. E invece sono più d'accordo con Max. "Il tempo non fa il suo dovere". Che poi parlare di questa cosa del tempo con te, è stupido. Per te il tempo è un amico. A volte lo detesti perchè vorresti passasse in fretta e invece ti sembra cammini troppo lento. Per te il tempo è solo relativo. Tu hai bisogno che il tempo passi, hai la smania di crescere, voglia di scoprire, di diventare grande. E dalla tua vita ti aspetti chissà cosa. E ogni novità ti emoziona. Un gioco inatteso per il tuo compleanno, l'arrivo di un fratellino, le domeniche al mare col babbo, o il budino al cioccolato che la mamma ha nascosto in frigo. Come si fa a parlare di tempo con te? E come si fa a dirti che tra qualche anno lo detesterai? Lo vedrai correre, sempre più veloce, lo vedrai passare davanti ai tuoi occhi e a volte avrai la forza e il fiato per correre al suo passo, altre volte sarai così stanca che non riuscirai a stargli dietro. Adesso corri più veloce di lui. La tua mente, i tuoi sogni, vanno al di là del tempo. Ora hai un obbiettivo: diventare grande. Perchè diventare grande per te vuol dire guadagnarsi la libertà. La libertà dalle imposizioni di mamma e papà, il non avere più regole da seguire e creartene delle tue. Hai l'obbiettivo della scuola. Almeno per i prossimi 13 anni ti dedicherai a qualcosa con la sesazione che quegli anni non finiscano mai. Avrai i 14 anni, il motorino, i primi amori, i primi pianti, i primi baci. E i grandi ti diranno che quelli sono gli anni più belli della tua vita e di non sprecarli. Ma tu non ci crederai. Avrai la smania di diventare maggiorenne, di prendere la patente, di poter votare, e crederai di essere diventata grande. Ma per i tuoi genitori non sarà così. Quindi avrai ancora meno libertà di prima, avrai litigate continue e discussioni. Avrai ancora qualcosa per cui lottare. E avrai anche emozioni. Perchè ancora tutto ti sembrerà una scoperta. Ma, ad un certo punto, ti fermerai a riflettere sulla tua vita. Guarderai quello che hai ottenuto, quello a cui sei arrivata. L'indipendenza, un amore, un lavoro (che non sai per quanto durerà ancora, visto che dovresti almeno lavorare 40 anni...e ti sembravano tanti 13 anni di scuola?!?!), qualche amica, qualche interesse che per la tua indole inconcludente non porterai mai a termine, qualche libro da leggere sotto l'ombra di un albero in primavera. E non mancherai di chiederti, spesse volte, "Tutto qui? E adesso cosa faccio? Adesso dove vado?". E anche se la vita ogni giorno ti regalerà delle cose belle, come un tramonto, un prato verde o la neve che cade, spesso ti chiederai quale sia il suo scopo. E ci saranno domande come "Se tanto alla fine si deve morire, perchè vivo?". Piccola Vale, io vorrei tanto potertelo dire adesso, vorrei lasciarti questa risposta adesso che hai 5 anni, in modo che tu possa crescere con consapevolezza e vivere serenamente. La risposta io non l'ho trovata, però. Non ancora. Spero di trovarla, non mi arrendo. Un motivo per cui si vive ci deve essere. Magari a te andrà meglio. Magari la troverai da sola. C' è una canzone di Guccini (che tu ancora non conosci, ma che sono certa ti piacerà quando lo ascolterai) che dice "Ma il tempo, il tempo chi me lo rende, chi mi da indietro quelle stagioni". Ecco, questa è la mia visione del tempo. E non voglio che anche tu cresca così. Quindi, quando ascolterai questa canzone, quando alla fine Guccini dice "Il lento scorrere senza uno scopo di questa cosa che chiami vita", fammi un favore...tu non gli credere. Tu smentiscilo. Uno scopo trovalo.


scritto da: Leanne alle ore 21/06/2009 22:58 | link | commenti (3)
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lunedì, 15 giugno 2009

POST NEGATIVO...NEGATIVO FORTE

Non è uno stato temporaneo. Non è una cosa che ti capita un giorno e poi il giorno dopo stai bene. E' una cosa che dura da un po', più di un mese adesso che ci penso. Che poi io non sono una persona positiva, almeno, non quando sto male io. Quando stanno male gli altri sono sempre con la frase pronta, con la pacca sulla spalla a dire che tutto passa, che tutto si supera. Quando sto male io no. Io per me queste cose non le so dire. Perchè forse a volte ho come la sensazione che questa cosa non passerà mai. La chiamo cosa perchè non saprei come chiamarla altrimenti. "stato d'animo" non mi piace. Cosa. Cosa può andare bene. Cosa è una parola indefinita...e io sento qualcosa di indefinito. Una cosa certa però in tutto questo c'è. Non starò mai bene. E non è un modo per farmi compatire, un modo per farmi fare coccoline sulla testa. Non le voglio coccole sulla testa. Voglio solo respirare. E non respiro. ho provato a cambiare posto, ho staccato per una settimana dal lavoro. Non è servito. Mi sono immersa in posti magnifici e non ho avuto la forza di visitarli. Ho pianto. Ero in mezzo a colline colorate, profumi indescrivibili di vino, boschi, lavanda e miele. Eppure era come se fossi nel posto peggiore del mondo. Volevo tornare a casa. E anche una volta tornata a casa la cosa non è cambiata. E non era con chi ero. E non era dov'ero. Era solo che si può essere anche in capo al mondo, ma se non si sta bene con se stessi non si sta bene con nessuno e in nessun posto. Questo è il problema. non sto bene con me stessa. Perchè? Non lo so perchè. Perchè se lo sapessi non starei qui a parlarne. Cerco di guardare in modo obbiettivo la situazione ma non ce la faccio. Non so nulla. Non sono più nulla. Sto anche valutando l'ipotesi di mandare a culi il saggio di fine anno. Io che avevo iniziato canto per fare i saggi adesso non riesco ad affrontarli. Io non so cos'ho. Questo è quello che mi spaventa di più. Una persona avrebbe il diritto di vivere una vita per lo meno decente, o no? Di essere felice e di riuscire ad apprezzare tutto quello che le sta attorno, o no?! E invece tutto mi appare inutile, tutto mi sembra non avere una valenza. E questo, a mente lucida, mi fa sentire una persona pessima. Ecco. Una persona dovrebbe essere certa che domani andrà bene. Ma domani non andrà bene. Perchè prima andava male, poi è andata bene e allora si sperava andasse sempre bene. Poi, invece, di punto in bianco, tutto è tornato ad andare male. Perchè? Non lo so perchè. Perchè è così. E' una condanna, uno stato a cui non ci si può sottrarre, una cosa a cui non si può dare una spiegazione e con la quale bisogna imparare a convivere. Ma io sono convinta che prima o poi impazzirò sul serio. Impazzerò a tal punto che arriverò ad abbandonare tutto quello che ho, a lasciare persone, lavori, punti fermi. Arriverò a trasferirmi in una soffitta, alla meglio in un eremo. A non voler vedere nessuno. A lasciarmi morire di fame e di sete. Arriverò, una volta arrivata all'apice della follia, a ritrovarmi sola, sola davvero. Sola perchè sarò io a non voler pesare su niente e nessuno. Sola perchè sarà giusto così. Comincerò a bere.  E morirò sola, divorata dai gatti. Come dicevamo io e Mattia tempo fa. Come i poeti maledetti. Impazzirò e di me non rimarrà più niente.


scritto da: Leanne alle ore 15/06/2009 17:11 | link | commenti (6)
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mercoledì, 03 giugno 2009

Camminiamo,

un piede davanti all'altro,

passo dopo passo,

piano.

In equilibrio instabile,

sfidando il vento

che dondola la corda

a volte forte

a volte mite.

E stendiamo le braccia

per mantenerci saldi,

ora sbilanciandoci,

ora tornando ritti.

Un piede davanti all'altro,

passo dopo passo,

proseguiamo

con il solo scopo

di arrivare indenni

alla fine del nostro numero,

in questo circo

senza clown

nè spettatori


scritto da: Leanne alle ore 03/06/2009 22:57 | link | commenti (2)
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domenica, 31 maggio 2009

Potresti dire

che la vita è una maschera,

una maschera bianca

che dondola

appesa al ramo di un ciliegio in fiore.

Potresti dire

che è il vento a cullarla

e a farla frusciare insieme alle foglie verdi.

Potresti dire

che la vita è una musica,

una musica indistinta

che proviene da lontano,

da là giù,

forse dal mare.

Potresti dire

che è il vento a portarla alle tue orecchie,

a fare di quella musica un canto dolce.

Potresti dire

che il vento sei tu,

che suoni, culli, dondoli,

soffi e fai rabbrividire.

Solo tu

puoi essere il vento.

Foto dal web


scritto da: Leanne alle ore 31/05/2009 20:34 | link | commenti (3)
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MI DICONO CHE HO LO SPLIN

Sono le 3 di notte e sono sveglia. Ho un sonno che gli occhi non riescono a stare aperti, ma sono sveglia. Lui mi dorme accanto e io non posso dormire. Da quanto tempo non stavo più così? Il mal di stomaco mi fa venire ansia. Mi ricorda uno dei peggiori periodi della mia vita. Senza mai dormire, aspettando che mi passasse la nausea e la voglia di vomitare anche fino alle 4 o alle 5 di mattina. Mi fa venire ansia. Un po' come quando da piccola non riuscivo a prendere sonno e in casa mia tutti dormivano. Le luci spente nella stanza dei miei genitori, i rantolii di mia sorella con le adeonoidi ad indicare che era caduta in un sonno profondo. E guardavo l'ora segnata di rosso della radiosveglia e mi mettevo a piangere. Non riuscivo a dormire mentre tutti gli atri dormivano. Mi innervosivo tantissimo ritardando sempre di più il momento della tranquillità del sonno. Stanotte mi sono sentita così. Odio sentirmi così. Con le palpebre pesanti, la testa ciondola e non riuscire ad addormentarmi. Mi sono alzata dal letto, mi sono seduta sul bordo della vasca da bagno e con specchietto e pinzette ho iniziato a farmi le sopracciglia. Sembrerà strano, ma è un metodo che mi rilassa. E intanto aspettavo che venisse il momento buono per vomitare. ma non è venuto. Odio vomitare. E mentre sono li, che cavo i peletti con cura, uno a uno, mi chiedo cosa c'è che non va. Perchè tutta questo male, questa inquitudine? Cosa non mi fa dormire? Cosa mi pesa sullo stomaco come un macigno? Cosa mi fa dire che non sono felice? Ci sono volte che dico che amo la vita, che vedo il mondo a colori, che apprezzo le cose che mi stanno intorno, le piccole cose. Ci sono volte che non riesco a vedere oltre il mio male, oltre a questa sensazione di abbandono che mi sento sulle spalle. Eppure non sono sola, eppure ho persone che mi capiscono, che mi tengono la testa sulla loro spalla. Eppure se mi si chiedesse "cosa vorresti, adesso, per star bene?"...io non lo saprei dire. In quel momento non sento niente che potrebbe rilassarmi, che potrebbe tirarmi su il morale, che potrebbe farmi passare  questo fastidio persistente allo stomaco. In quel momento penso solo che vorrei chiudere gli occhi e non svegliarmi più. Perchè se c'è una frase che continua a girarmi in testa è "perchè non c'è un giorno in cui io possa dire di essere stata bene?". E allora mi chiedo quanto ancora dovrò andare avanti così, quanti giorni, mesi, anni, dovrò passare con questa sensazione?! Quanti?!. Non sono una persona che si toglierebbe la vita di sua spontanea volontà. Almeno, non credo. Non ora. Resisto. Però credo che non farei niente per combattere se un giorno questa dovesse iniziare a venire a meno. E' bruttissimo da dire. E' bruttissimo perchè sono consapevole che intorno a me e neanche troppo lontano, c'è chi sta peggio, c'è chi pagherebbe qualunque cosa per stare come me, per avere quello che ho io, per non sentirsi solo. Ma sola io mi ci sento. Mi ci sento adesso, che questa casa è silenziosa e vuota. Adesso che i gatti si sono appisolati sul divano. Lui mi dice che ho lo splin. Io lo splin ce l'ho sempre avuto. E se c'è una cosa che mi scoccia in tutto questo è coinvolgere anche lui nel mio splin. Vorrei tanto mia mamma in questo momento. E' assurdo che una come me, che predica l'indipendenza, a volte non possa ancora fare a meno della figura materna. Eppure avrei bisogno di lei. Di dirle che sto male, che faccio fatica a fare un passo senza avere paura. Senza avere paura poi di cosa? Io non lo so di cosa ho paura. Vorrei che adesso lei fosse qui e mi dicesse di smettere di piangere e mi prendesse la testa tra le dita massaggiandomi le tempie per farmi calmare. La verità è che non posso. Non posso aggiungere altri pensieri a quelli che già ha. Non posso dirle che sto male quando lei stessa sta male. Non posso dirle di prendersi cura di me quando lei stessa ha bisogno di qualcuno che si prenda cura di lei. Non posso. Allora mi limito a dirle che ho mal di stomaco e che non vado a pranzo. Non è giusto che io mi faccia vedere così. Non è giusto che capisca che sto male. Non adesso. In altri casi lo avrei fatto. Adesso no. Adesso scrivo e mi sfogo qui. Piango da sola che tanto è come piangere sulla spalla di qualcuno. Aspetto che passi come ho sempre fatto. Aspetto che passi e basta.

Foto dal web


scritto da: Leanne alle ore 31/05/2009 12:13 | link | commenti (5)
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domenica, 24 maggio 2009

Lo sguardo

a fissare lunghe dita di piedi bianchi

inondati dal sole.

E ricordi,

di estati buone,

di odore di salsedine.

I capelli bagnati

lasciati ad asciugare al vento.

Il caldo,

quel caldo che si sopportava bene,

di granelli incandescenti che non bruciavano.

Palette, secchielli colarati,

i sandali blu.

Cappellini chiari a proteggere dal sole.

Ghiaccioli all'anice

di un azzurro rinfrescante.

E sabbia sotto le unghie.

Ricordi,

di vita che era vivere

e sopravvivere non significava nulla.

Foto dal web


scritto da: Leanne alle ore 24/05/2009 22:17 | link | commenti (4)
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venerdì, 15 maggio 2009

METTIAMO IL CASO

 

Mettiamo il caso che oggi sia il tuo compleanno. Mettiamo il caso che tu mi abbia detto che non vuoi regali e mettiamo il caso che io, invece, abbia voluto farteli. Mettiamo che uno è un regalo tangibile, un po’ boomerang, lo stesso regalo che in un impeto di rabbia, una volta che mi avevi fatto scoppiare la vena, ti ho detto di averti fatto. Mettiamo il caso che quello si il regalo ufficiale, che ovviamente tu non volevi fino a quando non ti ho detto cosa fosse. Però da quando hai saputo cos’è non hai più detto che i regali non li volevi per il tuo compleanno. E allora quello è il regalo ufficiale. Quello non ufficiale, invece, è questo. Un post come tanti altri che ho scritto per te…lo so che non è che sia una cosa originale, che non è tutto sto granché come post. Però è tutto quello che so fare. E lo scrivo per ringraziarti. Grazie perché hai deciso di nascere e di rimetterti a cercarmi, ancora, dopo tante volte che lo avevi fatto. Grazie perché questa volta ci sei riuscito e mi hai ritrovata. Grazie perché è tutto quello che so dirti. Se c’è un regalo ufficiale non è per una questione di festeggiamenti…è un modo per dirti ancora quanto mi abbia fatto piacere averti anche in questa vita. E se tu avessi deciso di non rinascere, tutto questo non sarebbe successo. Grazie Grazie Grazie.


scritto da: Leanne alle ore 15/05/2009 09:48 | link | commenti (7)
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lunedì, 11 maggio 2009

PESSOA NE SA A PACCHI

"Non possiamo distinguere se certi tormenti profondi, per la loro essenza sottile e ambigua, appartengono all'anima o al corpo, se sono il malessere causato dal fatto di avvertire la futilità della vita, o l'indisposizione che deriva da un abisso organico: lo stomaco, il fegato, il cervello. Quante volte mi si appanna la consapevolezza volgare di me stesso, in un torvo sedimento di inquieta stasi! quante volte mi duole esistere, con una nausea a tal punto incerta che non so distinguere se si tratta di tedio o di un sintomo di vomito! Quante volte...Oggi la mia anima è triste fino al corpo. Tutto me stesso mi duole: la memoria, gli occhi e le braccia. In tutto ciò che io sono c'è come una specie di reumatismo. Sul mio essere non ha nessun influsso la luce limpida del giorno, il cielo di un grande azzurro puro, l'alta marea immobile di luce diffusa. Non mi lenisce affatto il lieve soffio fresco autunnale, come se l'estate non passasse, che dà tono all'aria. Nulla è nulla per me. Sono triste, ma non con una tristezza definita, e nemmeno con una tristezza indefinita. Sono triste là fuori, nella strada dove si accumulano le casse"

Tratto da: "Il libro dell'inquietudine di Bernardo Soares"-Fernando Pessoa

Credo che questo stralcio di questo libro che sto leggendo grazie a Kaba, perchè me l'ha regalato lui per il mio compleanno, con una dedica nella prima pagina, quella bianca, descriva fin troppo bene quello che sento io. Credo io stessa non avrei saputo dirlo meglio. E visto che lo ha saputo dire bene lui, lo lascio dire a lui...però ecco, in sostanza, io è da un po' di giorni, che sto così.


scritto da: Leanne alle ore 11/05/2009 22:49 | link | commenti (4)
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domenica, 10 maggio 2009

PANE AL PANE. VINO AL VINO

PARLIAMOCI CHIARO

A volte certe riflessioni sono impossibili da evitare. Credetemi, le eviterei volentieri, soprattutto in questo periodo qui, ma non ce la faccio. Anzi, forse è proprio perchè sono in questo periodo che non posso fare a meno di queste riflessioni. Se rileggo gli ultimi 10 post, almeno 8 centrano il solito argomento. E' che questa cosa della morte a me fa pensare parecchio. E così ieri sera, in un sabato di solitudine, mentre guardavo "Lost", mi sono messa in terrazzo a fumare e nel frattempo pensavo a quale potrebbe essere la morte meno traumatica. Nel senso che, di base, esistono due tipi fondamentali di morte. Quella fulminea e quella lenta. Analizziamole. Vediamo un po' i pro e i contro dell'una e dell'altra. Però guardiamo le due tipologie dal punto di vista di chi resta, non di chi va. Visto che io non sono quella che se ne sta andando ma quella che resta, la vedo nell'ottica di chi rimane.

La morte fulminea. Quella che non ti da il tempo di prepararti. Quella del tipo "Ci vediamo domani" e invece no, perchè domani non esiste. Domani era l'ultimo giorno. La morte fulminea. Quella tipo da infarto o da incidente. Quella per cui si incolpa il destino nella maggior parte dei casi. Quella che non ti lascia spazio. E questo tipo di morte qui, io non lo so, ma insomma, credo si faccia fatica ad accettarla. Credo che emergano mille domande, che in quel momento avremmo tante cose da dire alla persona che se ne è andata. Ma è troppo tardi. E' la morte delle cose taciute. Tenute per sè. La morte che porta alla mancanza improvvisa. All'assenza inaspettata. E adesso? Ci si chiede. Adesso come sopravviviamo? Il bello di questo tipo di morte è l'assenza di agonia di colui che se ne va. Il bello per chi resta è vivere nell'ignoranza, nel non pensare, nel non prepararsi, nel non vedere l'altro soffrire. Vivere nella consapevolezza che potrebbe succedere sempre, che domani potrebbe essere l'ultimo giorno ma, nello stesso tempo, avere la speranza che potrebbe anche non essere così. Non aspettare. Non attendere qualcosa ci libera da un peso. Il peso dell'attesa, appunto.

La morte lenta. La peggiore forse. Per chi va e per chi resta. Quella che poi si dice che eravamo pronti. Non è vero, alla perdita di una persona a cui si tiene non si è mai pronti! Per quanto tempo ci sia concesso per metabolizzare l'idea della morte di quella persona, quando succederà, il dolore sarà troppo intenso e probabilmente molto più forte di quanto avessimo previsto. Enfatizzato dal fatto che, nel prepararci, non abbiamo fatto altro che soffrire in anticipo, concedendoci una doppia dose di dolore. Il lato buono? Lo spazio. Il tempo per stare più vicino a chi sta per andarsene, per dire tutto quello che avremmo sempre voluto dire, per far capire quanto teniamo a questa persona. Il tempo per poterla abbracciare una volta in più, il tempo per inserire in memoria il suono della sua voce, di ricordare ogni gesto che fa, di non dare più niente per scontato. E sapere che ogni cosa potrebbe essere l'ultima...l'ultima risata, l'ultimo sorriso...l'ultimo abbraccio. L'attesa. La snervante attesa di arrivare al dunque, di aspettare la fine. L'angoscia ad ogni squillo del telefono, vedere spegnersi lentamente ogni caratteristica che contraddistingue la persona che ci sta per lasciare. Non sopportare i cambiamenti, le facce finte e di circostanza, cercare di nascondere lacrime e dolore, indossare una maschera fino a quando non si rimane soli. La morte lenta. Che dà tempo anche a chi sta per andarsene di capire, di rendersi conto, di intuire che non resta altro da fare che aspettare. Aspettare. L'inutilità, quanto ci si sente inutili e impotenti davanti alla morte che non si può evitare. La paura. Vedere in faccia la paura di chi non sa cosa l'aspetta dopo. La coscienza. Il peso più grosso che ci portiamo dentro è quello di sapere.  


scritto da: Leanne alle ore 10/05/2009 22:57 | link | commenti (2)
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venerdì, 08 maggio 2009

QUALCHE VOLTA è SOLO UNA QUESTIONE DI VOCI

foto dal web

A volte basta un niente a smuovere quello che abbiamo dentro, le sensazioni assopite, il groviglio di emozioni che teniamo ben legato sopra al diaframma. Ci sono giorni che siamo così tristi da diventare apatici, giorni che l'unica cosa da fare sarebbe piangere per poter sciogliere quel groviglio. Ma non ci riesce. Siamo attraversati da un senso di staticità, siamo sommersi in una bolla di simil-cinismo. Crediamo di essere diventati forti, crediamo che la nostra corazza si sia adeguatamente indurita, quasi calcificata. E quasi quasi ne andiamo fieri. E poi basta un niente. Una cosa semplicissima. Basta la voce di una creatura minuscola, aggrappata alla mano del nonno, una creatura che non abbiamo mai visto, mai incontrato prima, che ci incrocia mentre camminiamo sul marciapiede, una vocina incomprensibile ma comunque chiara. Quella voce ci guarda negli occhi e dice "Dada". E in quel momento capiamo un bel po' di cose, si aprono le porte e le risposte alle domande di ogni giorno, in quell'istante, appaiono così nitide! Salutiamo la voce, con una voce che non ha dentro altrettanta innocenza, con quella voce in falsetto che si usa, erronamente e stupidamente, per comunicare quando si parla con delle voci piccole come quella che ci sta davanti. E la voce minuscola passa. Noi passiamo e le diamo le spalle. Poi, per curiosità, ci voltiamo indietro e vediamo che la creatura ci segue con lo sguardo. Monitorizza ogni nostro movimento, ogni passo. "Chissà a cosa pensa. In questo preciso momento io sono entrata nella sua vita e lei nella mia." Le sorridiamo. Ci sorride a sua volta. Chiama ancora "Dada", ma ormai quella voce è lontana, inafferrabile quasi. Saliamo in macchina. Le mani a coprire tutta la faccia...e cominciamo, finalmente, a piangere.


scritto da: Leanne alle ore 08/05/2009 23:44 | link | commenti (3)
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domenica, 03 maggio 2009

VIVIAMO DI POESIE...ALMENO, IO ORMAI VIVO SOLO DI QUESTO E POC'ALTRO

Io lo so che ormai i pochi lettori rimasti di questo blog si saranno stancati di tutte queste poesie che posto. Che poi, fortunatamente, non siano tutte mie, magari è un bene. Ma capisco anche che la poesia annoi...soprattutto quando si è abituati a leggere pezzi di vita vissuta di una persona...una persona che in questo caso sarei io. Non che io non abbia niente da raccontare, c'è una cosa, una cosa che mi fa talmente piangere in questo momento che non ce la faccio a raccontarvela, una cosa che mi fa un gran male e allora tappo i buchi con altre cose. Con queste poesie che a volte sono mie e altre volte no. Tappo i buchi con quelle parole che a me piacciono, che mi fanno ricordare che esiste anche un piacere di vivere. E la poesia è uno dei piaceri per cui vivo. Leggerle, scriverle...fa poca differenza.

E allora ecco, io questa sera ricopio qua sopra, su questo spazio bianco, una delle poesie a cui tengo di più, che ho scoperto poi da poco, ma mi è arrivata dritta dritta al cuore. Capisco che una poesia diventa mia nel momento in cui mi fa pizzicare il naso e lacrimare gli occhi. Capisco che una poesia diventa mia quando la mattina mi sveglio e non posso fare a meno di ripeterne alcuni versi. Questa anche se non l'ho scritta io, è mia. E' sempre del solito Pedretti, perchè adesso sto leggendo la sua raccolta. A dire il vero la raccolta ho già finito di leggerla, ma la tengo lì, in prima fila sugli scaffali della libreria, per andarla a sbirciare, di tanto in tanto, e rileggerne qualche pezzetto.

E' MOND L'è UNA PALìNA CH'LA S'INCRéPA

Nu fé cumè in America ch'i dà e' blètt mi mòrt

parché ch'i faza fighéura te salòt

un gatìn ch'e'mòr sla spònda d'un fòs

l'è la féin d'una stèla.

Un viaz in chèva a e' mònd

l'è gnént paragòun de paralétich

ch'e' va da e' lèt a la scaràna.

Tnémma dacòunt al razi di péss

tnémma dacòunt al mulaighi dla véita.

E' mònd l'è delichèd,

e' mònd l'è una palìna ch'la s'incrépa.

Tnémmal lizìr,

tnémmal sla péunta dal dèidi,

néun ch'a sém quéi

ch'u s tòcca muréi

(Per i non romagnoli)

IL MONDO è UNA PALLINA CHE SI INCREPA

Non fate come in America che danno il balletto ai morti

perchè facciano figura nel salotto

un gattino che muore sulla sponda di un fosso

è la fine di una stella.

Un viaggio in capo al mondo

è niente paragonato al paralitico

che va dal letto alla sedia.

Teniamo acconto le razze dei pesci

teniamo accoto le molliche della vita.

Il mondo è delicato,

il mondo è una pallina che si increpa.

Teniamolo leggero,

teniamolo con la punta delle dita,

noi che siamo quelli

che dobbiamo morire.

Foto dal web


scritto da: Leanne alle ore 03/05/2009 21:46 | link | commenti (6)
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venerdì, 01 maggio 2009

PER IL PRIMO MAGGIO

Ultimamente mi esprimo in versi. Non so, non mi riesce di prosare. Riesco solo a poetare, per quanto le mie poesie non siano un granchè. Però è quello che mi viene da fare, la cosa più naturale. La stessa cosa vale per questo giorno di festa nazionale. Non mi viene nulla da citare se non una poesia di Nino Pedretti, già presente negli ultimi post. Un poeta della mia terra, con il sangue romagnolo, come il mio, con la lingua semplice e il cuore grande.

I VO' TOT

Al véli si zardéin

l'aèreo, i bastimént

i vò i giurnél

la radio, i treni.

I vò un dutòur par lòu

un mèstar par chèsa

un prit spécièl

ch'u i déga al mèssi.

I vò i galétt 'd campagna

la ragaza ad préim péil

ch'la i scréiva al lètri.

I vò éun ch'u i pètna

ch'u i téira sò i calzèun

ch'u i zènda i zigar.

I vò, i vò, i vò.

I vò da néun

ch'ai déma agli òuri ad nòta

e quègli ad dopmezdè,

i vò ch'andéma gubéun

ch'a géma bén

senza spudé te piatt.

I vo ènca e' sentimént

e' Paradéis, la bontà

e l'òs-cia ad dio

i vò la zénta pighéda

in déu sla scrivanea.

I vò t'a i déga ad sè

t'a i bèsa al mèni

t'a i faza da tapèid

quandè ch'i passa.

I vò tot:

e' chèul di burdéll

agli avmaréi

l'aria, i fiòm

i vò quel t'é te còr

i tu sògn

e quel t'a n pò dè vèa.

Da néun i vò tott

e néun a i darém

dla dinamite.

(Per i non romagnoli)

VOGLIONO TUTTO

Le ville coi giardini

l'aereo, i bastimenti

vogliono i giornali

la radio, i treni.

Vogliono un medico per loro

un maestro in casa

un prete speciale

che dica loro le messe.

Vogliono i galletti di campagna

la ragazza di primo pelo

che scriva loro le lettere.

Vogliono uno che li pettini

che tiri loro su i calzoni

che accenda loro il sigaro.

Vogliono, vogliono, vogliono.

Vogliono da noi

che diamo loro le ore di notte

e quelle del pomeriggio,

vogliono che andiamo a schiena curva

che diciamo bene

senza sputare nel piatto.

Vogliono anche il sentimento

il Paradiso, la bontà

e l'ostiadidio

vogliono la gente piegata in due sulla scrivania.

Vogliono si dica loro di si

che si baci loro le mani

che si faccia loro da tappeto

quando passano.

Vogliono tutto:

il culo dei bambini

l'avemaria

l'aria, i fiumi

vogliono quello che hai nel cuore

i tuoi sogni

e quello che non puoi dare via.

Da noi vogliono tutto

e noi gli daremo

della dinamite

Nino Pedretti - Da "Al vòusi"


scritto da: Leanne alle ore 01/05/2009 10:18 | link | commenti (4)
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giovedì, 30 aprile 2009

La tua voce

recita sommesse poesie.

Parole in dialetto,

quella lingua che ti appartiene.

E le reciti piano.

Sussurrate.

Come l'ultimo rosario

delle sere di maggio,

in quell'ora in cui ancora è giorno

ma il sole già sta calando

......

E si intravede la notte.

Foto dal web


scritto da: Leanne alle ore 30/04/2009 00:44 | link | commenti (7)
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domenica, 26 aprile 2009

Cala la luce tagliente

incidendo la dura carne.

Estrapola il dolore,

dalla radice,

cincendolo tra le braccia,

cullandolo come pura creatura.

E tra i raggi infuocati,

tra i bagliori accecanti,

lo porta con sè.

Immagine dal web


scritto da: Leanne alle ore 26/04/2009 23:44 | link | commenti (2)
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domenica, 19 aprile 2009

 

Sfreccia

sui tetti dai glicini pendenti

la rondine rinata.

Lascia scie impercettibili

larghi cerchi invisibili

di ali fragili.

Garrisce

avvicinandosi cauta,

un innocente insetto nel becco,

al nido pigolante e affamato.

Silenzio.

Tace la sera scendendo.

Lei si ritira

esausta e affannata.

L'ala stanca

a coprire piccoli rondinini assonnati.

E dorme

Foto dal web


scritto da: Leanne alle ore 19/04/2009 19:42 | link | commenti (4)
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Utente: Leanne
Nome: valentina
Sono polvere che il vento porta con se sono parole vuote che si infrangono su scogli nel mare in burrasca sono nuvole di fumo che fanno lacrimare gli occhi sono brezza leggera e pensieri nascosti sono sogni mai avverati sono desideri mai espressi sono un cucciolo abbandonato su un marciapiede un sole tiepido che non vuole sorgere sono l'amaro del fiele sono il dolce delle fragole sono la pace e la tranquillità sono l'evoluzione e l'eterna stasi sono pianti disperati e risate improvvise sono il tempo che passa e l'impronta dei ricordi sono il tutto e il suo contrario.

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"Scrivere nasce dal leggere, e al leggere è grato. Scrivere è una delle poche cose rimaste uniche e nostre, dalla firma al romanzo, dal primo tema al testamento. (...) Possiamo paragonare i libri a pagnotte, manufatti umili e necessari, senza i quali tutto il resto del sapere è contorno o farcitura. I libri si leggono e si rileggono, e ogni volta il sapore è diverso. (...) Non ci accorgiamo subito, ma solo dopo, di quanto è importante la scelta, nè distratta, nè casuale, di scrivere, di far durare le nostre visioni, prima per noi, poi per qualcuno vicino e infine per tanti lontani e invisibili. A volte tutto questo diventa privilegio, abitudine, sopravvivenza. Scrivere non è necessariamente pubblicare"

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